1. La Nascita della Filosofia Yoga: i Concetti Fondamentali
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La filosofia indiana inizia tradizionalmente con le Upanishad.
Il termine sanscrito Upanishad significa “dottrina mistica” e si ritiene che abbia la sua origine nelle parole “Sad”(sedere) e “Upa”(vicino), da qui il significato di “sedere vicino”, che per esteso viene ricondotto all’atto di “sedere vicino al guru in posizione di ascolto”.
Le Upanishad sono insiemi di testi filosofici e religiosi indiani risalenti al VII secolo a.C. trasmessi oralmente di generazione in generazione. Sono conosciuti anche come Vedanta, perché costituiscono l'ultima parte dei Veda, ossia antichissimi testi sacri e rituali alla base del pensiero religioso indiano.
I precedenti testi dei Veda hanno un contenuto essenzialmente liturgico. Comprendono inni, canti, formule sacrificali. Considerazioni filosofiche e mistiche, invece, vi appaiono solo sporadicamente. È solo nelle Upanishad che queste tematiche assumono un ruolo centrale.
Qui, per la prima volta, vengono poste e affrontate le grandi domande sull’essenza della realtà e sul destino dell’uomo, come: qual è l’origine dell’universo? Qual è il nostro ruolo nel mondo? Chi siamo? Da dove veniamo? Cosa accade dopo la morte?
Tuttavia, non bisogna aspettarsi di trovare nelle Upanishad risposte sistematiche e unitarie a queste domande. Le Upanishad offrono piuttosto una varietà di riflessioni, molto spesso frammentarie.
Ciò che emerge con chiarezza, però, è il concetto di Brahman, che sarebbe l'origine di ogni cosa, l’Assoluto. Questo principio ultimo viene descritto anche come la coscienza universale, il Sé e l’anima dell’intero universo.
Tre termini fondamentali, dunque, diventano nelle Upanishad largamente intercambiabili: Brahman, Purusha e Atman (il Sé individuale).
Lo sviluppo cruciale di questa filosofia consiste nell’identificazione della coscienza cosmica (Brahman) con la coscienza individuale, presente in ciascun essere umano (chiamata appunto Atman): secondo la filosofia delle Upanishad dunque, il Sè dell’universo e il Sè dell’individuo sono la medesima cosa.
Se l’essenza più intima dell’uomo (Atman) è identica al Sè dell’universo (Brahman) la liberazione che trascende i limiti della condizione umana, che va oltre la sofferenza e la morte, consiste precisamente nel riconoscimento della propria vera natura.
Chi comprende di essere parte del tutto, di essere Brahman, si risveglia dal "sogno" dell’esistenza ordinaria e ottiene l’illuminazione.
L’invito delle Upanishad è dunque chiaro: risvegliarci e riconoscerci come Uno con l’universo.
Nascono dunque, intorno al IV secolo a.C, sei scuole di pensiero filosofico o “Darsana”, che hanno in comune il tentativo di interpretare filosoficamente ciò che erano state le Upanishad e i Veda, fino ad allora l'unica fonte della spiritualità indiana.
Il termine “Darsana” può acquisire diversi significati a seconda del contesto, ma per lo più viene tradotto dal sanscrito come “Visione” o “Punto di Vista”, in quanto si cerca di interpretare la realtà.
Le sei Darsana sono complementari e tra queste, due ci interessano direttamente: il Samkhya e lo Yoga Darsana.
Il Samkhya e lo Yoga Darsana (che prende forma grazie al testo “Yogasutra” di Patanjali) sono infatti intimamente connessi, in quanto il primo costituisce la cornice filosofica in cui si inscrive la pratica dello Yoga Classico.
Lo Yoga classico (o appunto Yoga Darsana), così come esposto dal filosofo Patanjali nel suo Yoga Sutra, si basa proprio a partire dalla metafisica dualista del Samkhya, e se ne differenzia non tanto nella dottrina quanto soprattutto nel metodo: questi due sistemi sono accomunati dalla ricerca della liberazione (moksha) dal ciclo delle rinascite (samsara) e si differenziano principalmente per i mezzi con cui questa liberazione viene raggiunta.
Ma facciamo una piccola digressione sulla parola samsara.
Il samsara è un concetto spirituale presente in molte religioni dell'India, come appunto l'induismo, il buddismo, il giainismo e il sikhismo. Si riferisce al ciclo continuo di nascita, morte e rinascita, a cui tutti gli esseri viventi sono soggetti finché non raggiungono l'illuminazione o la liberazione spirituale, chiamata Moksha.
Nel samsara, ogni azione compiuta (karma) ha delle conseguenze che influenzano la vita futura di un individuo. Quindi, in base alle azioni e alle intenzioni nella vita presente, un essere può rinascere in diverse forme: umane, animali o addirittura in regni celesti o infernali. Il ciclo continua finché non si raggiunge la moksha (liberazione) nell'induismo o il nirvana nel buddismo, che segna la fine del ciclo di reincarnazione e la liberazione dalla sofferenza.
Il concetto è spesso associato alla sofferenza, perché la vita in samsara è vista come impermanente e piena di sfide, desideri e attaccamenti, da cui gli esseri cercano di liberarsi.
Tornando alla differenza tra le due Darsana, possiamo dire che se il Samkya si configura come un’indagine filosofica in cui è la conoscenza (jñāna) a condurre alla libertà, nello Yoga Darsana viene dato maggiore risalto a un tipo particolare di azione e di realizzazione, in cui sono mobilitate tutte le risorse del corpo e della psiche, e dove la conoscenza e la pratica conducono al Samadhi, appunto all’illuminazione.